L’opera – Intervista ad A. Magnaguagno e F. Ciceroni

Abbiamo incontrato Fausta Ciceroni ed Alessio Magnaguagno, due grandi artistiMaestri di Canto, ma soprattutto due cari amici di Casa Tuscolana, per una lunga intervista sulla loro esprienza musicale e sulla Musica nel nostro territorio. 
 
 
1. Carissimi, perché amate così tanto questa vostra bellissima forma d’arte? Quando è nata questa passione?
 
Fausta: Credo che dire arte sia un sinonimo di vita in generale, in particolare la Musica ci permette di sperimentare l’inspiegabile, le emozioni, e comunicare in sincerità. E la Musica è solo quella che ci riesce, tutto il resto che passa sotto la definizione di “produzione musicale” è, nel migliore dei casi, intrattenimento… ma non mi interessa, per capirci ancora meglio, anche nei momenti in cui rido e scherzo, e ballo, e cerco la leggerezza, ricerco sempre un ambiente sonoro che mi comunichi qualcosa… altrimenti meglio il silenzio e la musica dei pensieri”
 
Alessio: “Io credo molto nell’essere un artigiano, un fabbricante di emozioni per gli altri, e considero il mio essere artista come un servizio. L’opera mi consente di riunire in un unico evento artistico Musica, Teatro, Letteratura, Storia, Moda, Costume… e molto altro.”
 
Fausta: “La passione per il Canto credo sia nata con me, chissà che non cantassi anche nel pancione sentendo mia madre cantare. Aveva una voce meravigliosa, non aveva studiato, non nel senso canonico, ma evidentemente aveva sviluppato il talento con altre esperienze, come ad esempio i servizi in chiesa guidata da una suora che è stata anche la mia prima guida. Quando ho avuto un po’ di disponibilità economica per pagarmi le lezioni di canto, facevo già l’università, ho voluto conoscere e mettermi alla prova con la forma suprema di canto, quello lirico.”
 
Alessio: “Anche nel mio caso la passione per il canto si perde nel tempo, in più la mia situazione era ed è abbastanza singolare perchè in casa non cantava nessuno, o meglio mio nonno paterno era un appassionato e cantava nel coro, mia nonna, sempre paterna, era abbonata al Regio di Torino, ma tutto ciò io l’ho scoperto molti anni dopo la loro dipartita, e per pura casualità non frequentando molto quel ramo della famiglia, un po’ per la lontananza geografica (erano di Mogliano Veneto, vicino Venezia) e un po’ perchè non vedevano di buon occhio la separazione dei miei, che avvenne poco prima del 1980, quando era considerata uno scandalo e motivo di allontanamento dai”circoli buoni”. Inoltre pur amando molto la musica, in particolare quella cantautorale (Venditti, Baglioni, Concato, De Andrè, De Gregori) e quella rock (Pink Floyd, Dire Straits, Elvis Presley, Santana) non amavo l’opera, perchè non la conoscevo. 
Quando, per un concerto che volevo realizzare, contattai un amico, eravamo coetanei, che già studiava da anni da tenore, per aiutarmi in certi passaggi e darmi qualche consiglio, dopo avermi ascoltato mi disse che la mia voce era perfetta per l’Opera e mi diede moltissimo materiale da ascoltare e vedere per farmi un’idea più precisa. Avevo 21 anni, sarà stata la sua influenza, la maturità, ma tutto mi parve d’improvviso meraviglioso e decisi che doveva diventare la mia vita”.
 
2. Qual è stato il vostro percorso di formazione? 
 
Alessio: “A questa domanda ti possiamo rispondere per una prima parte all’unisono. All’inizio è stata molto dura perchè dovevamo cercare un insegnante di canto che avesse certe credenziali, e entrambi, eravamo già fidanzati, non sapevamo dove sbattere la testa. A quel tempo mia madre era già dirigente scolastico e nella sua scuola c’era un’insegnate di canto, corista del teatro dell’opera, Romualdo Savastano, che con la sua associazione organizzava una sorta di scuola di musica. Siccome non credeva molto nelle mie possibilità gli chiese di ascoltarmi e darle un suo parere, in cuor suo sperava le dicesse che non c’erano speranze e così sarei tornato a concentrarmi solo sulla fisica, che nel frattempo mi aveva molto deluso.
Romualdo – nel tempo siamo diventati amici – le disse invece che entrambe avevamo voci di grande qualità e che con poco avremmo potuto raggiungere un livello professionale.
Lui fu il nostro primo insegnante  e in pochi mesi ci preparò per sostenere l’ammissione al conservatorio di Frosinone, luogo che lui reputava più giusto per ottenere una preparazione completa e un titolo. Così fu, ma fui ammesso solo io, perchè ero un basso, e quindi come voce rara potevano sorvolare sull’età, che nella loro prospettiva era già troppo avanzata. Per Fausta non ci fu possibilità. Per certi versi fu fortunata, perchè si evitò le beghe e le dinamiche della vita di conservatorio, una bolla spazio temporale, che a parte il titolo e qualche materia complementare è stata un momento terribile della mia formazione. Studiò con tutti i miei insegnati da privatista e lei si è diplomata a ottobre 2001, io a luglio 2002… 
Nel 2001, poco prima del diploma di Fausta, ci siamo sposati e durante il viaggio di nozze (che doveva essere negli States, ma coincidendo con l’abbattimento delle torre gemelle ripiegò sul giro dei laghi del nord), passando per Torino, abbiamo vinto a sorpresa una borsa di studio per studiare presso l’Accademia della Voce con Franca Mattiucci canto, recitazione con Adriana Gioelli e molto altro. A Torino abbiamo avuto una presa di coscienza dura, ma necessaria: avevamo belle voci, ma non sapevamo nulla del mestiere. 
Ritmi di studio forsennati, ore di ascolto, di pratica, problemi logistici e concerti da dover sostenere, insomma abbiamo capito come dovevamo lavorare per formarci e avere una solida preparazione che non voleva solo dire cantare bene, ma conoscere, conoscere, conoscere… e conoscere anche in senso lato… Abbiamo capito che senza una rete di conoscenze non si andava da nessuna parte. Ricordo ancora la nostra prima audizione con un agente di Napoli, il quale dopo averci ascoltato in diverse arie di diverso stile e difficoltà, mandò via la pianista e ci disse “molto bene, il talento e la voce ci sono, ora ditemi, conoscete il sovrintendente di questo o quel teatro? siete figli, nipoti di? no e allora io non posso fare nulla…”.
Ci suggerì di provare con il sottobosco, nel frattempo per fare ancora più gavetta e sperare di conoscere qualcuno che potesse aprire qualche porta, che noi da soli non potevamo aprire…
Abbiamo continuato a fare master con molti nomi importanti, concorsi e altro, nella speranza che bastasse…
Non abbiamo mai smesso di studiare, perchè indipendentemente dal lavoro, la voce è uno strumento che necessita molta cura e aggiornamento continuo, e fortunatamente abbiamo avuto il privilegio di essere educati da grandi artisti, io prima da Bernardino di Bagno e poi da Roberto Scandiuzzi, dal quale vado ancora ogni tanto per controllare che tutto sia in ordine, e Fausta invece ha lavorato moltissimo con la Antonietta Stella, grandissimo soprano e artista e persona magnifica.
 
 
3. Invece qual è stato il vostro percorso lavorativo? 
 
Fausta: “Adesso parlo io, così ti riposi un po’… Ci eravamo lasciati al punto che ci avevano dato la bella notizia traducibile in “o conosci qualcuno di grosso o non vai da nessuna parte”, puoi immaginare la rabbia, la disperazione, la delusione e tutto ciò che potevamo provare. Abbiamo provato qualche master, nella speranza di entrare grazie al nostro talento nelle grazie di qualcuno “che poteva”, ma ci mancava “il meglio”: non avevamo patrimonio da investire, nè eravamo disponibili a favori d’altro genere.
Allora ci siamo detti che quel poco che avevamo potevamo investirlo in piccole produzioni low cost, fatte con gli amici che avessero voluto seguirci in un progetto folle di organizzare produzioni liriche sostenuti solo dai proventi dei biglietti venduti (a pressi popolarissimi) e dalla nostra grande passione.
E’ così che è nata l’avventura dell’ALFA Musicorum Convivium, un’associazione musicale destinata a promuovere l’opera, e ad essere un laboratorio di talenti che ci ha visto mettere in scena circa 30 titoli presso il Teatro Cinema don Bosco di Cinecittà. Per sei anni è cresciuta nella speranza che qualcuno si interessasse a questo meraviglioso progetto…
Nel frattempo ci dividevamo tra il lavoro al call center di Atesia, tutti i giorni dalle 20,00 alle 2,00 di notte per avere il giorno per studiare e provare, alcune produzioni sempre rigorosamente fuori Roma…(questa è un’altra storia), e tutto quello che guadagnavamo lo investivamo in questo grande sogno di creare sì un laboratorio, una palestra, ma che fosse un riferimento e che permettesse a chi aveva talento di mostrarlo, e il seguito di pubblico che ci ha sempre sostenuto attestava un lavoro di crescita e perfezionamento, solo che abbiamo sempre speso più di quanto incassavamo (non è facile tenere in piedi una situazione in cui non siamo stati meno di 60-80 persone, quando facemmo il Requiem di Verdi eravamo più di 140 artisti coinvolti, il palco stava per scoppiare…), e le nostre risorse personali, che nel frattempo ci dovevano anche consentire di mangiare, non sono state più sufficienti, e abbiamo dovuto alzare la bandiera bianca.
Dopo un anno in cui abbiamo fatto solo cose in cui venivamo chiamati, abbiamo deciso di provare a emigrare, e siamo andati negli Stati Uniti, prima nel Connecticut e poi a New York.
Siamo andati e venuti, con il permesso di soggiorno turistico non potevamo rimanere più di tre mesi, per circa due anni e mezzo, durante i quali abbiamo conosciuto tantissime situazioni, abbiamo fatto lezioni alla CCSU University, alla FORDHAM University, e concerti sia in Connecticut che nel New Jersey e anche a New York presso la basilica della Madonna di POmpei e al National Opera Center, abbiamo persino partecipato alla sfilata sulla fifth avenue per il Columbus Day cantando celebri arie e romanze italiane, per non parlare delle serate al famoso Caffè Taci sulla 42^. L’incontro più importante è stato con lo Schiller Institute che dopo averci sentito cantare in un convegno sul la verdiano da loro organizzato, ci propose di realizzare un progetto di divulgazione dell’Opera nelle scuole e una serie di concerti lungo le due coste degli States, ma le imminenti elezioni e la vittoria del partito avverso alla loro organizzazione ha bloccato i fondi che sarebbero dovuti servire a sovvenzionare la nostra avventura. 
Quindi siamo rientrati in attesa di tempi migliori, e nel frattempo continuiamo a realizzare concerti, a essere coinvolti, non quanto vorremmo, in opere e a fare lezioni.
 
 
4. Spesso si parla della Musica e del Canto come terapia, è così? Che ne pensate?
 
Alessio: “L’umanità si distingue dal resto degli animali per la sua capacità di riflettere e di interrogarsi, andando al di là dei così detti “bisogni primari”. Questo crea spesso dei cortocircuiti, dei labirinti in cui ci si chiude o si perde la via per venirne fuori. La Musica con il suo linguaggio simbolico permette di affrontare dei viaggi che ci possono mostrare altre prospettive, altri modi di affrontare le situazioni con le quali ci complichiamo la vita, così come tutte le forme d’arte è liberatoria, nel senso che andando al di là della frustrazione derivante dal linguaggio che ci permette di esprimere molto, ma non tutto, e spesso non nel modo adeguato, sembra riuscire a definire l’indefinibile.”
 
Fausta: “Di più, sguarniti dell’elemento razionale, nel senso etimologico di mettere in rapporto, la manifestazione artistica, e credo che il canto sia il non plus ultra, ci libera dalle strade senza uscita fornendoci un ponte con la felicità. Il canto è particolarmente congeniale perchè è la manifestazione più intima di noi stessi e al tempo stesso la più immateriale anche come persistenza, cioè esiste nel momento in cui emettiamo un suono, ma già l’istante dopo non esiste più, ne rimane un barlume nella memoria, oltretutto modificato dall’organo ricettivo, che per sua bontà migliora e corregge. Questo fa si che abbassiamo la guardia, e permettiamo al nostro animo di uscire e esprimersi, e, come docente di canto ho sperimentato che non poche sono le volte che una lezione diventa una seduta psicologica, o di trattamento dello stress… Va da sé che è anche un’auto-terapia, di cui mi sono avvalsa e ci avvaliamo spesso!”
 
Alessio: “E’ sicuramente un percorso personale alla scoperta di se stessi, che noi consigliamo indipendentemente dal desiderio o dall’obiettivo di diventare musicisti. Voglio evidenziare che conoscere la Musica non è solo “qualcosa da musicista”, ma un completamento della formazione personale a prescindere. Il cervello musicale si attiva solo se si fa Musica, e una volta attivato mette in connessione parti del circuito lontanissime tra loro
Tra i tanti progetti di cui siamo stati e siamo protagonisti, a sorti alterne, c’è il progetto di ALFABETIZZAZIONE Musicale, i cui destinatari primari sono gli alunni della scuola (dalla prima elementare in su, senza limiti d’età…) che affrontano un programma di graduale approfondimento che li porta a conoscere, cioè a sapere cosa, come e perchè, della Musica. Se vogliamo abbiamo un nostro “metodo”, non sappiamo se originale o meno, se sia di tipo gordoniano o kodaliano, o chissà cosa d’altro, sappiamo solo che funziona e che permette di partire da zero a qualunque età, e arrivare a padroneggiare il linguaggio musicale.”
 
Fausta: “Noi abbiamo sentito forte il disagio, quando abbiamo iniziato a studiare canto, della mancanza delle basi del linguaggio musicale, e abbiamo dovuto recuperare in pochissimo tempo, quello che altri colleghi che vivevano nel mondo della musica dalla loro infanzia già conoscevano. Questa esigenza ci ha ripagato con un percorso di approfondimento continuo, che speriamo si percepisca nelle nostre esibizioni da una parte, e nel momento in cui insegniamo dall’altra.”
 
5. Da quanti anni lavorate nel nostro territorio?
 
Alessio: “E’ difficile definire il territorio, come figli di nessuno capirai che corriamo a destra e sinistra, per largo e lungo ovunque ci sia un’opportunità lavorativa. Quando iniziammo il progetto della stagione al Cine-Teatro Don Bosco, scegliemmo il Teatro salesiano per diversi motivi, primo era il primo teatro in cui mi ero esibito come cantante durante una festa in oratorio, secondo avendo abitato sempre tra Capannelle, Morena, Ciampino, ed ora di nuovo a Capannelle, era il più prossimo, terzo e non ultimo è stato quello che ci ha ascoltato. Ho ancora nelle orecchie il continuo borbottare di Giancarlo Anedda, ex direttore del teatro, ma allo stesso tempo ci stava sempre al fianco, quando con un rimprovero perchè lavoravamo troppo, quando per fornirci le scenografie che con il suo gruppo avevano realizzato anni prima, quando con un piatto di pasta, e sempre con un affetto enorme… “
 
Fausta: “Abbiamo realizzato grandi cose che sono ancora nella memoria di molti, e molto potremmo ancora fare, ma siamo soli, e da soli non si va lontano…”
 
6. Cosa vorreste che si attivasse in campo musicale nelle nostre zone?  
 
Fausta: “Ci piacerebbe ridare vita al progetto che avevamo iniziato per fornire al territorio un punto di riferimento per assistere a spettacoli di qualità, che siano legati al melodramma, nostra passione, o al balletto, alla prosa, al sinfonico, ma che abbiano una progettazione culturale. Non è impossibile e azzardo anche che potremmo farlo anche senza aiuti “istituzionali” cioè senza la politica, ma servirebbe l’appoggio della comunità, cioè un teatro è tale solo se è pieno di gente, se la gente non va a teatro, il palcoscenico muore.”
 
7. Oltre che amici, siete anche Inquilini di Casa Tuscolana: che cosa vi piace di questo progetto? 
 
Alessio: “Ci piace quello che potrebbe diventare, una rete sana di informazione e partecipazione, la comunicazione globale, con tutta la sua velocità e possibilità finora ha fallito, perchè ognuno vuole essere Re, ed esserlo ad interim. E soprattutto si vuole fare tutto con poco e facilmente. E’ impossibile. Ci vuole tempo, presenza, dedizione, e solidarietàRivestire un ruolo significa avere delle responsabilità relativamente ad un progetto o attività, poi al di fuori di quel progetto o attività, torniamo ognuno uguale all’altro, con i suoi desideri, il suo bisogno di socialità, e di felicità. Un condominio sano sa che quello che non può affrontare il singolo, diventa più semplice insieme. Quello che non so fare io, magari lo sa fare il mio vicino, e viceversa. Un bene è meglio se condiviso. Si rispetta e si è rispettati. Un’utopia? Forse, ma è meglio credere che si possa fare, piuttosto che arrendersi e così autodistruggersi”.
 
Ringraziamo di cuore Fausta e Alessio per averci concesso questa lunga e preziosa intervista. Sono due eccellenze e punti di riferimento importanti per quanto riguarda la Musica, l’Opera in particolare, nel nostro territorio. 

(Teatro Don Bosco Stagione 2013-2014)

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