Intervista ad Enrico Piccinini

Abbiamo raggiunto un amico di Casa Tuscolana, Enrico Piccinini, per l’uscita del suo libro “Il velo di Winslow” edito da ChiPiùNeArt Edizioni. In quest’articolo ecco l’intervista ad Enrico realizzata da Simona Guiducci che pubblichiamo con piacere.

 

Enrico Piccinini, non solo fotografo ma anche Poeta, quindi?

La fotografia è stata solo una sorta di ripiego durante un momento economico particolarmente difficile. Una vecchia passione che ho trasformato in lavoro, ora sempre più saltuariamente. Mi sono sempre occupato di letteratura per vivere. Prima come libraio e ora come scrittore e curatore editoriale.

Questo non è il tuo primo libro, vero?

No, prima di questo ha visto la luce “Klinamen” Edito da Giulio Perrone. Poi due studi, pubblicati dalla Mursia e dall’Università di Venezia. Entrambi dedicati alla figura di Christine Koschel di cui curo l’opera in Italiano.

Cos’è la Poesia?

Questa è una domanda difficile e che richiederebbe una risposta lunghissima. Per sintetizzare: la Poesia è il ritmo con cui riusciamo a misurare, ordinare e persino piegare, alla nostra volontà, la logica del linguaggio.

È quello che si fa con la musica: siamo circondati da suoni, che a volte chiamiamo rumori, e uno strumento, oppure una voce, li traduce in armonia.

Perché le persone si sono allontanate dalla Poesia?

Non è vero. Non ci siamo allontanati dalla Poesia. Non potremmo. Anche volendo. È insita nel nostro modo di percepire le parole.

Siamo, infatti, letteralmente circondati da versi poetici. I titoli dei giornali o le pubblicità, ad esempio, sono tutti espressi in forma di perfetti senari, settenari, quinari che vanno a costruire precise metafore, allitterazioni, anastrofi, epifonie.

Teniamo presente, poi, che, ogni giorno di più, i social network, con i loro continui slogan, fanno altrettanto e sempre in misura maggiore. Forse, quindi, non abbiamo mai letto tanto Poesia come oggi.

È proprio per questo che ne “il Velo di Winslow” ho dedicato una sezione ai segnali stradali. Trovo esprimano un involontario lirismo cui ho voluto restituire la dignità della consapevolezza.

Quindi hai una visione molto attenta alle regole classiche della Poesia?

Non l’ho io. Non esiste alcun Poeta che possa farne a meno. A parte chi confonde questo mestiere con qualcos’altro. Molti prendono un pensiero, più o meno intelligente, e vanno a capo ogni tanto. Una cosa tremenda. Le case editrici, e qui parlo in veste di curatore editoriale, sono invase da manoscritti del genere e si è costretti a leggere, seppure molto rapidamente, centinaia di inutili pagine che letteralmente rischiano di soffocare quelle scritte da tanti bravi, a volte geniali, Poeti, impedendo loro di trovar spazio. Guarda, colgo l’occasione per rivolgere un appello: se non sapete cosa sia un settenario giambico o un distico elegiaco, non inviateci materiale. Scrivere è un mestiere che s’impara dopo lunghi anni d’esercizi. Proprio come studiare uno strumento musicale, dipingere o praticare uno sport. Non ci si sveglia una mattina e si butta giù una Poesia.

Ma se siamo circondati da Poesia, come mai allora il mercato a lei dedicato, è così in crisi?

Per tanti motivi. Innanzitutto certi sperimentalismi esasperati del Novecento, hanno consegnato la Poesia non più al lettore, ma a un pubblico di esperti. Poi c’è una grande impreparazione da parte di molti direttori editoriali a capo dei colossi della carta stampata. Una volta queste figure portavano i nomi di Cesare Pavese o Italo Calvino. Oggi, se va bene, sono dei bocconiani. In ultimo ci sono i librai. Difficilmente riusciamo a trovarne di preparati. Vendono ciò che propongono e, troppo frequentemente, propongono pessimi titoli.

Qual è il tema centrale delle tue poesie?

Il tema centrale de “il velo di Winslow” è la sconfitta. Ho appena compiuto cinquantacinque anni ed è un’età in cui si tirano le somme. Non trovo che il risultato, nel mio caso, sia tra i più soddisfacenti. Non sono riuscito a realizzare gran parte dei miei sogni, non sono diventato la persona che avrei voluto essere.

E non me ne faccio una ragione.

Il poter scriverne, tuttavia, è una sorta di salvezza. Riuscire a trasformare in un prodotto artistico il dolore, significa dargli un senso, significa porsi in un dialogo aperto con chi un giorno ti leggerà. Gli sconfitti, o per meglio dire chi si sente tale, sono moltissimi ed è, quindi, facile rendere universale questo tema.

In ogni caso, appartengo a quella categoria di scrittori che ritiene la “forma” essere il vero “contenuto” di un’opera.

Quella forma che veicoli con la metrica a te tanto cara?

Con la metrica certamente, ma non solo.

Sono molto affezionato alle tredici sillabe, formate da un settenario, considerato verso nobile, e un senario, indicato come verso popolare.

Spesso mi capita di spezzarli per sottolineare una parola o una frase in particolare e, allora, si crea un ottonario e un quinario, ma sempre tredici sillabe restano. È una tecnica molto usata dai grandi Poeti del Novecento Italiano.

Devo dire, però, che una grande attenzione pongo al suono della parola. Tento sempre di porlo in contrasto con il suo significato. Per indicare la mancanza di luce, ad esempio, non userò “buio” perché è un vocabolo composto da vocali scure, adopererò, piuttosto, “tenebra” che, come si nota, ha vocali chiare.

Stesso discorso riservo alle consonanti.

Hegel sottolineava come la parola nasca dall’interruzione d’un urlo primordiale e, quest’interruzione, è data dalla consonate.

È un concetto che contiene in sé lunghe meditazioni sul linguaggio e il mio lavoro si è molto concentrato su quest’argomento.

Insomma tendi tanti tranelli al tuo lettore.

Assolutamente no! Non sono tranelli. Sono omaggi. Voglio che il mio lettore venga “abbracciato” da quanto scrivo e ne completi il senso rispondendo, con i piccoli choc del suo cervello, a quanto da me detto.

Choc addirittura?

Sì. C’è un bellissimo libro di Schrott e Jakobs. Schrott è un traduttore di Poesie in tedesco e Jakobs un neuropsichiatra. Insieme hanno scritto un saggio estremamente interessante, “il cervello in versi”, che indaga cosa succede alla mente quando legge una poesia.

Hanno calcolato che il cervello umano, per leggere dieci sillabe, contenenti una metafora, impiega circa tre secondi.

Quindi, in questo brevissimo lasso di tempo, leggiamo e compiamo l’azione di scarto.

Un’informazione super concentrata, insomma. Un piccolo choc.

L’azione di scarto in che consiste?

Se io dico per esempio “il suo sguardo profumava di buio” sto affermando qualcosa che, secondo il linguaggio comune, è profondamente illogico. Il buio non profuma, lo sguardo neppure.

Il nostro cervello deve, quindi, prima riconoscere quest’illogicità e poi restituirle il suo senso poetico. Inoltre s’attivano due aree della mente ben distinte: quella preposta all’olfatto e quella preposta alla visione. Tre secondi sono il tempo minimo che occorre per far tutto questo. I nostri neurotrasmettitori ricevono, insomma, un sovraccarico di percezioni che li conducono al limite di un benigno cortocircuito. Per questo le poesie si ricordano più facilmente rispetto alla prosa. È come se la mente ne venisse marchiata.

Spesso gli scrittori non hanno un buon rapporto con le case editrici che li pubblicano. A te è capitato?

Sì. Ma evitiamo polemiche. Posso dire, però, che con ChiPiùNeArt, presso cui ho pubblicato appunto quest’ultimo libro, i rapporti sono praticamente idilliaci. La cosa è da imputare alla grande e sincera passione che Adele Costanzo e Paolo Zangrilli, proprietari della casa editrice, pongono nel loro mestiere.

Sono persone colte e di rara delicatezza. La casa editrice ha ormai sei anni di vita e continua a crescere esponenzialmente. Ci sono progetti in cantiere, di cui non posso parlare, che lasceranno librerie e lettori a bocca aperta.

Questo libro è stato un piccolo succcesso. Nel momento in cui parliamo è al dodicesimo posto nella classifica delle poesie più vendute su Amazon. Vero?

Sì, ne sono molto felice.

Un’ultima domanda. Ci puoi indicare una libreria, in zona, dove acquistarlo?

Non saprei. Mi dicono che la libreria Risvolti ne ha molte copie. Può esssere, però, ordinato ovunque, ovviamente.

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